Un uomo con un turbante bianco, ben vestito, sale lentamente i gradini dell’entrata. Tiene lo sguardo basso, come se non volesse disturbare. Attraversa la hall e si dirige verso la prima stanza sulla destra.
È un ufficio piccolo: due scrivanie, qualche sedia e più persone del necessario – segno di una riunione appena iniziata con partner e operatori locali.
L’uomo si siede timidamente su una delle sedie libere e attende in silenzio il proprio turno. In poco tempo, l’attenzione si sposta su di lui. Perché, in fondo, è per persone come lui che quell’ufficio esiste. L’uomo è venuto a registrare la nascita di suo figlio.
Assisto a questa scena durante una missione di monitoraggio ad Harar insieme a un collega di CIFA, ai rappresentanti locali del VERA (Vital Event Registration Agency) e agli operatori sanitari. Siamo seduti nello stesso piccolo ufficio mentre raccogliamo feedback sull’utilizzo dei tablet che abbiamo distribuito qualche mese fa per rendere più facile e veloce la registrazione delle nascite. Poi l’uomo entra e, quello che fino a pochi minuti prima era solo un tema di discussione, diventa realtà davanti ai nostri occhi.
Una giovane operatrice prende il tablet, apre l’applicazione e inizia a registrare i dati. Nome del bambino. Data di nascita. Informazioni sui genitori. Tutto avviene con sorprendente semplicità.
Cinque minuti.

Fino a poco tempo fa sarebbero stati almeno quindici. Il sistema spesso si bloccava, le fotografie risultavano sfocate, i dati dovevano essere inseriti più volte. Ora il processo è rapido, quasi automatico. Per chi arriva dall’Europa potrebbe sembrare un momento ordinario, ma in Etiopia non lo è affatto.
In molti paesi occidentali, la registrazione di una nascita è automatica.
Nel momento stesso in cui un bambino viene al mondo, lo Stato riconosce la sua esistenza. Quel primo respiro è accompagnato da un atto legale che gli garantisce i diritti fondamentali: un nome, una cittadinanza, l’accesso alla scuola, alla sanità, alla protezione.
In Etiopia, invece, per milioni di bambini questo passaggio non avviene.
Secondo l’UNICEF, per molti anni solo una piccola parte dei bambini sotto i cinque anni è stata registrata alla nascita, e fino al 2012 nel paese non esisteva nemmeno un sistema nazionale strutturato per la registrazione degli eventi vitali. Nelle zone rurali la situazione è ancora più critica: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 70% dei bambini nati in queste aree non viene registrato alla nascita. Le conseguenze sono profonde.
Un bambino non registrato è, di fatto, invisibile agli occhi dello Stato.
Senza un certificato di nascita diventa difficile iscriversi a scuola, accedere all’assistenza sanitaria o ottenere protezione legale in caso di abuso.
Senza documenti ufficiali, i minori sono anche più vulnerabili allo sfruttamento, al traffico di esseri umani e alla migrazione irregolare.
La registrazione di una nascita non è quindi solo una formalità burocratica.
È il primo passo per esistere ufficialmente nel mondo.
In alcune aree del paese, il fenomeno è particolarmente grave. Nella regione di Dire Dawa, ad esempio, il tasso di registrazione alla nascita è stimato intorno al 5,4%, uno dei più bassi del paese. Nella regione di Harar la percentuale è leggermente più alta, ma resta comunque molto bassa: circa l’8,5%.
Se guardiamo ai numeri, significa che migliaia di bambini crescono senza un’identità legale. A Dire Dawa vivono circa 500.000 persone e più o meno il 15% della popolazione è composto da bambini sotto i cinque anni: si tratta di circa 75.000 bambini.
Applicando il tasso medio nazionale di registrazione, solo 9.000 di loro risultano ufficialmente registrati. Se una piccola parte viene registrata, decine di migliaia restano senza documenti.
Dietro questi numeri si nascondono diverse ragioni.

In molte aree rurali, ad esempio, le famiglie devono percorrere lunghe distanze per raggiungere le strutture sanitarie o gli uffici amministrativi della woreda o delle kebele. Spesso non si conosce l’importanza della registrazione o non si hanno le risorse per affrontare i costi e gli spostamenti necessari ad effettuarla. A volte a mancare è il documento base: il notification paper, ovvero il certificato rilasciato dalle strutture sanitarie che attesta la nascita e permette di avviare la registrazione ufficiale.
Per cambiare questa realtà servono informazione, strumenti e presenza sul territorio.
Attraverso programmi di sensibilizzazione, formazione e supporto tecnico, CIFA lavora per rafforzare il sistema di registrazione e per rendere il processo più accessibile alle famiglie più vulnerabili.
L’obiettivo è duplice: aumentare la consapevolezza sull’importanza della registrazione delle nascite e migliorare concretamente gli strumenti disponibili per effettuarla. Una delle innovazioni più semplici, ma anche più efficaci, è l’uso dei tablet da parte degli operatori sanitari locali, gli Health Extension Workers, e degli operatori delle woreda locali. Grazie alla digitalizzazione dei documenti, questi operatori possono registrare le nascite direttamente nelle comunità, anche durante visite a domicilio. Il sistema digitale permette inoltre di condividere i dati con le autorità locali e monitorare le registrazioni in tempo reale.
Finanziato dal Ministero dell’Interno, il progetto PROMETEO (Protezione dei Minori in Etiopia sulla rotta migratoria Orientale) prevede, oltre alla distribuzione dei tablet nelle aree rurali di Harar e Dire Dawa, la formazione degli operatori sull’utilizzo delle applicazioni digitalI, la stampa dei notification paper da distribuire negli ospedali e nei centri sanitari della regione e il coinvolgimento di operatori sanitari pubblici e i gruppi del Women Development Army: reti di donne presenti sul territorio che diffondono informazioni sulla salute e sui servizi disponibili.
L’obiettivo è semplice, ma profondamente trasformativo: ridurre le barriere culturali e logistiche che impediscono alle famiglie di registrare i propri figli e fare in modo che ogni bambino sia riconosciuto davanti alla legge.
Un diritto fondamentale, al centro anche dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che mira a garantire a tutte le persone un’identità legale entro il 2030.

Quando l’uomo con il turbante bianco esce dall’ufficio dell’ospedale di Harar, il sole è ancora alto in cielo e il cortile pullula ancora di persone in attesa.
Tra le mani stringe un foglio sottile, all’apparenza insignificante. Eppure quel foglio rappresenta qualcosa di enorme. In molti luoghi del mondo segna una linea invisibile: da una parte chi esiste per lo Stato, dall’altra chi rimane fuori dai registri, dai diritti, dalle tutele.
Quel giorno, in una piccola stanza d’ospedale, un bambino ha attraversato quella linea. Da quel momento non è più invisibile: ha un nome, una data di nascita, un’identità. Ha un posto nel mondo e la possibilità di rivendicare diritti, protezione, un futuro concreto.
In meno di cinque minuti, una nuova vita ha ottenuto il suo primo diritto: essere riconosciuta dal mondo.
Cinque minuti.
È tutto il tempo che può servire per far esistere qualcuno.
Federica Orlandini