ULTIME NEWS

Notizie, appuntamenti, eventi dal mondo Cifa.

ULTIME NEWS

Notizie, appuntamenti, eventi dal mondo Cifa.

STORIE DAL SERVIZIO CIVILE

LA MIA ESPERIENZA IN ETIOPIA

Recap di fine servizio civile
Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che, invece, finiscono per abitarti dentro. Per me, l’Etiopia è stata questo.

Quando sono partita per il Servizio Civile Universale non immaginavo che undici mesi potessero cambiare così tanto il modo in cui guardo il mondo, le persone e me stessa. Pensavo di partire per dare il mio contributo a un progetto; non sapevo che sarei tornata con molto più di quanto avessi portato con me.

 

       

 

Riassumere undici mesi trascorsi in Etiopia è quasi impossibile. Significherebbe cercare di racchiudere in poche pagine centinaia di volti, conversazioni, risate, luoghi meravigliosi, difficoltà, scoperte e momenti che hanno lasciato un segno profondo. Significherebbe raccontare un Paese che prima di partire percepivo come lontano e che oggi considero una seconda casa.

In questi mesi ho avuto il privilegio di conoscere, anche se solo in minima parte, la straordinaria ricchezza culturale dell’Etiopia. Ho imparato un po’ di amarico e qualche espressione in altre lingue locali come l’oromiffa e il tigrino. Ho scoperto tradizioni antiche, ascoltato storie, condiviso pasti, partecipato a celebrazioni e osservato una quotidianità diversa che, giorno dopo giorno, è diventata anche la mia.

Ho imparato che il caffè (il bunna) non è semplicemente una bevanda, ma un rituale comunitario che crea relazioni. Che una cerimonia del caffè può durare ore e che quelle ore non sono mai tempo perso, ma tempo dedicato alle persone. Ho imparato a mangiare l’injera con le mani e a mangiare piccante, a condividere il pranzo dallo stesso piatto, a comprendere il significato del gursha, quel gesto semplice e potente con cui si offre un boccone a qualcuno come segno di affetto e vicinanza, e ad essere profondamente grata ogni volta che me ne veniva offerto uno.

 

       

 

Ho scoperto il tej e la tella, le tipiche bevande alcoliche fermentate del paese, una a base di miele e l’altra d’orzo; la carne cruda preparata secondo la tradizione (kitfo e tire sega), le canzoni di Teddy Afro cantate a memoria da intere tavolate, i viaggi in macchina accompagnati dalla musica a tutto volume e le danze tradizionali che sembrano raccontare la storia dell’Etiopia attraverso il corpo stesso. Da nord a sud, cambiano i movimenti, i ritmi e le parti del corpo chiamate a esprimersi: nell’eskista, tipica delle regioni settentrionali, sono le spalle, il collo e il torace a diventare protagonisti, mentre nelle danze del sud, come quelle gurage, il movimento si concentra soprattutto sulle gambe e sui piedi, dando vita a un linguaggio corporeo diverso ma altrettanto intenso e affascinante.

Ma più di ogni altra cosa, ho imparato dalle persone.

Gli etiopi hanno un rapporto con il tempo che per noi occidentali può sembrare insolito. In una società come la nostra, spesso scandita da orari, scadenze e produttività, ho incontrato persone che sanno fermarsi. Persone che sanno dedicare tempo agli altri senza percepirlo come una perdita, ma anzi come un valore aggiunto. Persone che comprendono intuitivamente qualcosa che noi troppo spesso dimentichiamo: che il tempo trascorso insieme è non è mai tempo perso. Questa è probabilmente la lezione più grande che porterò sempre con me. Essere presenti. Non vivere costantemente proiettati verso il futuro, verso il prossimo obiettivo o la prossima preoccupazione, ma imparare ad abitare il presente. Godere di una conversazione, di un caffè condiviso, di una serata con gli amici, di un momento qualunque che, proprio perché vissuto pienamente, diventa speciale.

 

       

 

L’Etiopia mi ha ricordato che ciò che conta davvero, nella vita, sono le relazioni umane. Le amicizie. Gli affetti. I legami che si costruiscono giorno dopo giorno e che finiscono per diventare casa. E una casa io l’ho trovata, soprattutto nello staff locale di CIFA, sia ad Addis Abeba che a Dire Dawa.

Fin dal primo giorno sono stata accolta con una gentilezza e una generosità che non dimenticherò mai. In undici mesi non mi sono mai sentita sola. Non mi sono mai sentita fuori posto. Ho trovato colleghi che sono diventati amici, amici che sono diventati famiglia. Sono loro ad aver reso questa esperienza ciò che è stata, che mi hanno insegnato tanto della loro cultura e del loro Paese, ma anche del lavoro da svolgere ogni giorno. Sono loro che hanno avuto la pazienza di spiegare, coinvolgere, correggere e accompagnarmi durante tutto il mio percorso.

E se dal punto di vista umano questa esperienza è stata straordinaria, dal punto di vista professionale è stata altrettanto significativa.

Prima del Servizio Civile Universale provenivo da un mondo completamente diverso. Avevo studiato e lavorato nel settore audiovisivo e quella in Etiopia rappresentava il mio primo vero contatto con la cooperazione internazionale e il settore umanitario.

All’inizio tutto era nuovo. Nuovi linguaggi, nuove modalità di lavoro, nuove sfide. Eppure, giorno dopo giorno, ho scoperto una passione che non sapevo di avere. Ho avuto la possibilità di contribuire, nel mio piccolo, a progetti che hanno un impatto concreto sulla vita delle persone e di vedere come il lavoro quotidiano, anche quello che spesso rimane dietro le quinte, possa trasformarsi in opportunità, servizi e sostegno per intere comunità.

È stato in quei momenti che ho capito di aver trovato qualcosa che cercavo da tempo senza rendermene conto: la sensazione che il proprio lavoro abbia uno scopo che va oltre sé stessi. La consapevolezza che ogni attività, ogni documento, ogni incontro, ogni piccolo risultato faccia parte di qualcosa di più grande.

 

       

 

Guardandomi indietro, ho la sensazione che questa esperienza mi abbia cambiata profondamente. Mi ha insegnato ad avere uno sguardo più aperto, a mettere in discussione molte delle mie certezze, ad apprezzare la semplicità e il valore delle relazioni umane. Mi ha aiutato a capire meglio chi sono, cosa desidero e quale direzione vorrei dare al mio futuro professionale e personale.

Per questo motivo salutare l’Etiopia è stato molto più difficile di quanto immaginassi. Non sto lasciando soltanto un Paese. Sto lasciando persone che amo, luoghi che hanno scandito la mia quotidianità, abitudini che ormai sentivo mie. Sto lasciando una parte della mia vita che mi ha resa la persona che sono oggi. E forse è proprio per questo che non riesco a considerare quello che sto vivendo come un vero ritorno in Italia. Un ritorno implica la conclusione di un percorso. Io, invece, sento che il mio legame con l’Etiopia non si è concluso affatto.

Una parte del mio cuore è rimasta lì, tra i palazzi di Addis Abeba, le strade di Dire Dawa, le cerimonie del caffè, i balli e le risate condivisi e tutte le persone che hanno reso questi undici mesi una delle esperienze più significative della mia vita.

L’Etiopia mi ha dato molto più di quanto io abbia dato a lei. E per questo le sarò sempre grata.

 

 

Federica Orlandini

Iscriviti alla nostra newsletter
Proseguendo acconsenti al trattamento dei dati. Leggi la nostra privacy policy.