Conosciamo la "gelosia fraterna", una sorta di palestra sociale

Siete fratelli? Siete genitori di fratelli? Allora di certo avete vissuto la “rivalità fraterna”. Provare della gelosia è “normale”, è un sentimento “normale”!

Questa emerge nel bambino, dopo nascita o l’arrivo un nuovo fratello o sorella. Può sorgere nei primi periodi, o nei mesi seguenti e può affievolirsi o aumentare il suo andamento, per così dire, seguendo il “significato relazionale” che ha per la famiglia. È un’emozione e come spesso accade, esprime una parte profonda di noi, un bisogno, una mancanza. Il bambino, allora, usa questo canale per dire qualcosa di sé che in quel momento gli duole. In questo senso, la gelosia porta con sé un messaggio di paura, di rabbia, di angoscia o di fastidio per aver perso un’esclusività o per “l’incognita relazionale” che sta vivendo. Quest’ultima potrebbe portarlo a chiedersi: “Mi vorrà sempre bene la mamma? La vedo così coinvolta con questo nuovo fratellino …. Non le bastavo io, forse?”. Solitamente soffrono maggiormente di gelosia i primogeniti in quanto hanno vissuto per un periodo più o meno lungo l’esclusività del rapporto con i genitori. Il secondo o il terzo figlio hanno dovuto sempre dividere l’amore e le attenzioni dei genitori con gli altri fratelli, ma ciò non significa che non possano sperimentare gelosia anche loro. Anche i figli unici possono provare gelosia nei confronti dei genitori ed è perciò importante che anche in questo caso, essi imparino a individuare e gestire tale sentimento nel figlio. Il secondo figlio è “l’elemento che complessifica le relazioni familiari”. Questo termine “tecnico” credo sia intuibile per chiunque non sia del mestiere. La “complessità” si verifica quando l’equilibrio relazionale che esisteva in famiglia viene a modificarsi in modo improvviso e definitivo dopo l’arrivo del secondo figlio. Ed è proprio lui, con la sua presenza, con le sue esigenze e i suoi bisogni che “scombina l’ordinario preesistente”; il secondogenito esprime i suoi bisogni e lo fa a modo suo, a volte chiedendo e altre volte pretendendo! Ha bisogno di conquistare il proprio spazio nella famiglia. Nel concreto questo significa che la quotidianità viene modificata, così come i ritmi, le abitudini, i tempi di coccole, di ascolto, etc…. Questo cambiamento potrebbe smuovere, nel figlio adottivo soprattutto, il pensiero che tale cambiamento potrà portare a una (nuova) perdita, forse a un (nuovo) abbandono. In generale, i figli adottivi non sono amanti dei cambiamenti e l’inserimento di un secondo figlio è un enorme cambiamento che avviene proprio nell’ambiente più sicuro che il figlio adottivo ha: la sua famiglia! Descritto così sembra che la seconda adozione, e quindi anche la gelosia, siano assolutamente da evitare, ma non è così. Se la coppia genitoriale ha saputo ben valutare le risorse prima di fare la scelta di un secondo figlio e se sa affrontare tutte le complessità che si mostreranno con l’inserimento in famiglia di un secondo figlio, tutti i membri della famiglia potranno attraversare la crisi, uscendone più forti. Come spesso accade, la motivazione è la chiave di tutto! La gelosia porta spesso a crisi, ma le crisi non sono altro che delle “opportunità da non perdere” per promuovere un cambiamento e crescere. L’importante allora, è guardare in faccia la gelosia e non evitarla con gesti rassicurativi o riparativi. La gelosia si manifesta spesso con regressioni: potrebbe desiderare di essere imboccato, ritornare a parlare con la vocina da bambino piccoli, etc; con “capricci”: il bambino reagisce in modo aggressivo od oppositivo insolito, con rabbia, alle volte anche con una iperprotezione del fratello appena nato o arrivato: nessuno può toccare il fratello, sembra quasi che solo lui lo sappia gestire! Sono atteggiamenti eccessivi che nascondono dietro un disagio. Credo che il genitore, innanzitutto, non dovrebbe mai sentirsi in colpa per “aver causato” la sofferenza di un figlio. È più utile sapere che la crisi di gelosia ci sarà e che il figlio potrà affrontarla perché nella vita è previsto che si soffra ed è necessario saper entrare nella sofferenza, saper “soggiornarci” per poi uscirne rinnovati. Conviene, allora, che il genitore accolga i sintomi della gelosia: la rabbia, il rifiuto, i capricci, le notti insonni, le regressioni, i pianti, etc … e che la riconosca, le dia “legalità”. Il figlio ha diritto di arrabbiarsi, di avere paura, di fare capricci, di regredire, etc… In questo modo comunica al genitore il suo malessere e l’accoglienza, da parte del genitore, di questo messaggio è già una buona rassicurazione. Andranno, poi, risistemati i “confini spazio temporali”, ma per spiegare questo uso un esempio. La mamma sta lavando il secondogenito e il primogenito, a tutti i costi, proprio in quel momento, vorrebbe parlare o giocare la madre. Quest’ultima è bene che spieghi al primogenito che andrà da lui per parlare o giocare solo quando avrà terminato di lavare il secondogenito. In questo modo nessuno dei due fratelli avrà uno spazio rubato perché il mediatore, che è la madre, saprà rispondere ai bisogni di ciascuno anche se non in tempo reale bensì posticipato. Così, quando, diversamente da prima, sarà il secondo figlio a reclamare la madre, quest’ultima dovrebbe fare lo stesso e in questo modo confermare che ciascuno avrà lo spazio e il tempo dedicato, che ci si può fidare dell’adulto, che l’altro non è minaccioso o un “ladro di mamme” e che è necessario saper posticipare i propri bisogni uscendo un po’ dal proprio egoismo ed egocentrismo. In questo modo, la gelosia diventa “una palestra per la socialità”. Se si proietta nel futuro questo aspetto, è facile riconoscere che molte volte noi adulti dobbiamo saper posticipare, aspettare, dove imparare a chiedere, etc... e queste abilità apprese ci aiutano a vivere e a lavorare con maggio successo. Alle volte se la gelosia fraterna non viene gestita dai genitori potrebbe permanere anche nelle relazioni fra fratelli adulti che esplodono poi con rotture relazionali in cambiamenti importanti: decessi dei genitori, gestione di problemi di ereditarietà, matrimoni, nascite di figli, malattie lunghe ed estenuanti dei genitori, etc. Se il genitore, inceve, si convince che è necessario accompagnare il figlio nella frustrazione che dà la gelosia, il figlio sarà più forte e sicuro di sé. L’emergere del sentimento della gelosia sebbene sia spesso fonte di tensione e conflitto sia tra i fratelli sia (di conseguenza) tra i figli e genitori, consente di promuovere una fase dello sviluppo del bambino che lo porterà verso un’adeguata maturazione sociale ed emotiva. Infatti imparare a gestire questa emozione fin da piccoli in maniera positiva faciliterà e renderà più serene le future relazioni sociali in età adulta. Il rapporto tra fratelli e sorelle può dunque essere considerato ed utilizzato come una sorta di allenamento emotivo, attraverso cui costruire il senso di fiducia reciproca, di tolleranza, il concetto di adattabilità. Paola De Piccoli (psicologa Cifa)



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